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I Frutti della Comunione frequente

L'articolo esalta l'importanza dell'Eucaristia nella fede cattolica, evidenziando la Transustanziazione e il profondo legame con il Corpo e il Sangue di Cristo. Sottolinea la comunione frequente come privilegio, richiamando la necessità di un approccio consapevole e devoto, e avverte contro l'indegnità nella ricezione del sacramento.

Ecce panis Angelórum,
Factus cibus viatórum:
Vere panis fíliórum,
Non mittendus cánibus.

Con queste parole, San Tommaso d’Aquino (di cui oggi facciamo memoria) nel 1264 si esprimeva a proposito della Santissima Eucaristia, in una delle sequenze più belle della cristianità: il Lauda Sion Salvatorem. In essa il dogma della Transustanziazione viene descritto con una profondità dottrinale e una sensibilità poetica ineguagliabili. Davvero “Bene scripsisti, Thoma, de me” può dire Nostro Signore innanzi a tale capolavoro, cantato o recitato solennemente nella festa del Corpus Domini, giorno in cui la Presenza Reale di Cristo nell’Eucaristia viene particolarmente solennizzata dalla Chiesa. 

Ciò che differenzia la vera ed unica Religione, il Cattolicesimo, da gran parte delle derive scismatiche ed eretiche che nei secoli sono spuntate qui e là appresso ai vari guru e santoni del momento (con una menzione speciale per i luterani), è esattamente e precisamente il profondo attaccamento al Corpo e al Sangue di Cristo, al Suo Sacrificio, nella fattispecie particolare all’Eucaristia, la quale, come recita il Catechismo della Chiesa Cattolica è “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (1324).

Comunicarsi, ricevere Nostro Signore, per un cattolico è una delle più grandi grazie che un uomo possa ottenere in vita, non è solo una commemorazione e partecipazione rinnovata all’Ultima Cena, è qualcosa di più, è la partecipazione al Sacrificio della Croce, al Calvario. In quella fila di fedeli che dopo la Consacrazione si pone in dovizioso pellegrinaggio verso la balaustra, ove il sacerdote li attende, non vi è altro che da vedersi una metafora di ciascun uomo in salita verso Golgota, come Maria e Giovanni, ai piedi della Croce, ai piedi del Cristo il cui Corpo è stato sacrificato per la salvezza di ciascuno e il cui Sangue è stato versato per mondare dalla terra ogni peccato. Quella ferita sul Sacro Costato, quel Corpo innalzato sopra ogni altro corpo sono ciò che ogni santa messa rinnova, a beneficio del mondo intero. Per questo l’onore nel riceverLo è massimo, così come la debita contrizione che occorre vivere nel momento in cui ci si accosta, avanti a noi, e dentro di noi una volta comunicatici: è la Presenza Reale del Salvatore! Non un simbolo, realtà.

Questa realtà, questa Eucaristia, fa sì che l’uomo possa riacquistare ciò che perdette Adamo col mangiare il frutto proibito. Accostarvisi quanto più spesso possibile è importante, purché vissuto nella consapevolezza e con la corretta disposizione d’animo. Ci si domanderà chi è degno, ebbene nessuno realmente lo è. Per tre volte, prima di ricevere la SS Ostia ripetiamo battendoci il petto: “Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum: Sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea” [Signore, non sono degno che Tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e l’anima mia sarà salvata]. È la preghiera del centurione, colui di cui Gesù disse che mai in altri uomini d’Israele trovò una fede così grande (Lc 7,6-9), ed è in questa fede che ogni uomo deve immergere la propria “indegnità” nel riceverLo, nella speranza che grande Grazia sia fatta, affinché non sia per noi “giudizio e condanna ma, per la [S]ua misericordia, giovi a difesa dell’anima e del corpo come spirituale medicina” (parte del Messale Romano, Communio).

Papa Fabiano, morto di fame e di stenti nel 250 (o 253) nel carcere Tulliano durante le persecuzioni dell’imperatore Decio e le cui ossa riposano ora nella Chiesa di San Sebastiano a Cuneo, stabilì che ogni cristiano dovesse ricevere l’Eucaristia tre volte l’anno: Natale, Pasqua e Pentecoste. Questo precetto fu confermato da diversi concilii successivamente (fra cui quello di Elvira del 306 e quello di Agde, nel 506), fu in seguito ridotto ad almeno una volta l’anno (IV Concilio Lateranense), ovvero a Pasqua, termine tutt’ora previsto dal Catechismo (2042). Una comunicazione l’anno è tuttavia un termine minimo per considerarsi legati a Cristo Signore, una condizione fondamentale da rispettarsi ma da vedersi come generosità della Chiesa nell’indurre il cristiano a fare di più, ad accostarsi con maggior frequenza. Ciò poiché maggiore sarà l’assiduità sacramentale (seria e ben fatta), tanto maggiori saranno le grazie che pioveranno sull’uomo. Il sacerdote Riva, nella sua Filotea del 1888 utilizzava una splendida metafora per descrivere il valore e l’importanza di una corretta comunione frequente: 

Non siate adunque di coloro che si contentano di comunicarsi una sola volta all’anno, e qualche altra appena nelle grandi solennità. Quanto più starete lontano dal medico, tanto meno conoscerete le vostre infermità; e quanto più raramente userete della medicina che il divin medico vi dichiarò necessaria, tanto più stenterete a guarire. Il sacro Concilio di Trento ci fa sapere che la santa Eucaristia è un contravveleno spirituale, per cui, non solo veniamo a guarire dai mali leggeri, ma siamo ancor preservati dal cadere nei falli gravi. E se Innocenzo III aggiunse che, se il sacramento della Penitenza toglie dalla nostr’anima il peccato, quello dell’Eucaristia ci toglie la volontà di peccare.

Ricevere frequentemente l’Eucaristia è dunque fonte di grazia non solo nel distanziamento dal peccato, quanto nell’avvicinamento a Dio stesso, non a caso si chiama “Comunione”. In ciò è fondamentale vedervi il tassello anche per quelle grazie terrene di cui ogni uomo necessita. Passa dalla preghiera e dall’intima unione, anche e soprattutto sacramentale, con il Signore la trasformazione reale delle nostre necessità in concessioni del Cielo, purché in linea con le Divine Volontà, le quali tuttavia possono mutare proprio anche innanzi alla perseveranza nella preghiera e nei sacramenti. Non si può svilire il sacramento dell’Eucaristia riconducendolo ad una semplice speranza di grazia o peggio ancora a un simbolo, poiché la Sua ricezione contiene in sé intrinseca efficacia sull’animo umano: tutto può. Ne è un esempio Santa Caterina da Siena, la cui vita è stata costellata di episodi forse anche considerabili come drastici nei suoi slanci di abnegazione verso Cristo, ma in essi vediamo ancor di più il valore della Grazia: durante la quaresima e fino all’Ascensione ella si cibò esclusivamente del Panis Angelicus, e ancor più in generale il suo digiuno durò ben otto anni, come esplicitato nella sua bolla di canonizzazione:

Fu trovata, contenta solo della Comunione eucaristica, aver prolungato il digiuno dal giorno delle Ceneri insino all’Ascensione del Signore. Per anni otto incirca si sostentò d’ uno scarso succo di erbe, e della sacra Comunione.

Santa Caterina da Siena non fu l’unica a nutrirsi solamente con l’Eucaristia, altri casi noti e documentati sono rappresentati dalla Beata Anna Caterina Emmerich e dalla Serva di Dio Theresa Neumann, la quale, sotto controllo medico e scientifico, per quasi quarant’anni non ricevette altro cibo che quello eterno della SS Eucaristia (Giovetti, 1989). Un cibo la cui comunione con l’uomo ha generato e genera prodigi nell’anima e nel corpo, ne è un caso Suor Maria Giuseppa da San Giovanni di Moriana, un caso poco noto ma emblematico. Malata terminale, la suora stava compiendo su proposta di un sacerdote una novena a don Giovanni Bosco (non ancora santo), il quale apparendogli le annunciò la guarigione dopo l’Eucaristia del nono giorno della sua nona novena (Stanzione, 2019). Puntualmente, come annunciato dal santo torinese, la suora guarì, era il 14 settembre 1891. Non è un caso, è solo uno dei molti che possono essere citati, poiché in quel Pane Santo non vi è più pane e in quel Vino non vi è più vino. Dice il venerabile Concilio di Trento: “con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, Nostro Signore (217), e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del Suo Sangue” (Concilio di Trento, 1551), e dunque, nel vero e unico Dio ricevuto nella sua vera Sostanza riecheggiano per noi le parole del Vangelo: “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,19).

Papa San Pio X (1835-1914), noto anche come il Papa dell’Eucaristia, rimase particolarmente colpito dalle lettere di Santa Teresina del Bambin Gesù (1873-1897) a sua cugina. Ella, in un clima francese (era originaria di Lisieux) di ancor radicato giansenismo, esortava alla comunione frequente a tal modo che il Santo Padre si sentì ispirato nello stendere ben due documenti fondamentali per la Chiesa: il Sacra Tridentina Synodus, nel quale donava delle disposizioni per comunicarsi tutti i giorni, e soprattutto Quam Singulari, in cui si sanciva come “lo stato di grazia e una giusta intenzione” fossero le due condizioni fondamentali e assolutamente necessarie. 

Questi due elementi, lo stato di grazia e la giusta intenzione, appaiono fondamentali nel momento in cui ci si accosta alla SS Eucaristia. Purtroppo infatti, così come vi è il rischio di una comunicazione troppo poco frequente da parte di alcuni, perlopiù timorosi o discostanti, vi è altresì nel mondo cattolico il problema opposto (e forse anche peggiore) di chi riceve spesso la Santa Ostia, ma con leggerezza. Quasi fosse una pratica tradizionale, una prassi. Quante anime anziché beneficiare delle grazie eucaristiche rischiano la condanna per aver ricevuto indegnamente il Signore, al pari di Giuda che, ricevendoLo in grave peccato, non fece che peggiorare la sua miseranda condizione. Accostarsi al sacramento eucaristico non è uno scherzo, la ricezione di Dio è grazia suprema per il corpo, la mente e soprattutto l’anima di ciascun uomo, è il dono più puro e perfetto che possa esserci donato, quello del Suo Sacrificio rinnovato a nostra salvezza, pertanto maggiore è la frequenza con cui ci si accosterà a tale perfetta comunione, tanto maggiore sarà l’amore che in noi si infiammerà per una Santa vita e per le Sue cause. Guai tuttavia a coloro che trovandosi in stato di peccato grave compiuto con intento deliberato di offendere Dio si accosti con leggerezza al Suo Corpo, tanto grande è la Sua Misericordia… quanto terribile sarà la Sua Giustizia: Deus non irridetur (Gal, 6,7).


Bibliografia

  • Catechismo della Chiesa Cattolica, (2018). Libreria Editrice Vaticana
  • Capecelatro, A. (1856). Storia di S. Caterina da Siena e del papato del suo tempo, Napoli
  • Concilio di Trento (1551). Sess. 13a, Decretum de ss. Eucharistia, c. 4: DS 1642.
  • Giovetti, P. (1989). Teresa Neumann, una grande mistica del nostro tempo. San Paolo, Cinisello Balsamo
  • Messale Festivo Tradizionale “Summorum Pontificum”, (2013). Fede e Cultura
  • Pio II (1461). Misericordias Domini
  • Riva, G. (1888). Manuale di Filotea, 30° Ed. presso S. Majocchi, Milano.
  • Pio X (1905). Sacra Tridentina Synodus.
  • Pio X (1910). Quam Singulari
  • Stanzione, M. (2019, 24 settembre). “Dopo la Comunione, riprenderai le forze”. Così è guarita Suor Maria Giuseppa.
  • Aleteia: https://it.aleteia.org/2019/09/24/apparizione-san-giovanni-bosco-guarigione-suora/ 

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