La civiltà occidentale come oggi noi la conosciamo deriva dall’unione della cultura greca, della giurisprudenza romana e l’annuncio soteriologico della predicazione cristica. Questi tre elementi si trovano congiunti nell’avventura umana e spirituale di San Giovanni Damasceno, personaggio sul quale verte il presente articolo. Pretendere di esaurire la sua vicenda esistenziale e teologica nel breve spazio a noi concesso sarebbe a dir poco folle, motivo per cui la sua biografia e il suo pensiero saranno esposti seguendo da vicino tre testi che riteniamo di fondamentale importanza per la comprensione della Weltanschauung del Nostro; una triade libraria uscita nell’ultimo ventennio del Novecento per i tipi di Città Nuova: innanzitutto le Omelie cristologiche e mariane, quindi la Difesa delle immagini sacre e infine La fede ortodossa. Prima però di svolgere questo percorso, sarà il caso di esporre almeno per sommi capi la storia della vita di questo Dottore della Chiesa.
La principale fonte a questo riguardo si trova nel sesto volume della Bibliotheca Sanctorum, dalla quale apprendiamo che Giovanni nacque tra il 650 e il 675 d.C. nella città di Damasco, figlio di quel Sarjun Ibn Mansur che lavorava «come esattore delle imposte versate dai sudditi cristiani all’amministrazione dei califfi […] Educato dunque in ambiente di una certa levatura (il futuro califfo Yazid fu suo compagno d’infanzia), Giovanni ricevette un’accurata formazione greca di tipo filosofico e letterario, mentre, al tempo stesso, fu introdotto alla conoscenza della lingua araba e della religione islamica» (Spinelli 1980, p. 7). Inizialmente impiegato nello stesso ruolo del padre, ben presto Giovanni si decide per una radicale μετάνοια, entrando a far parte della comunità di San Saba, un monastero gerosolimitano che brillava per la pietà dei monaci ivi residenti. Intorno al 726 fu ordinato sacerdote, ma tale data è da ricordare soprattutto per una vicenda che avrà una lunga Wirkungsgeschichte, sia nel particolare della vita di Giovanni sia più generalmente per la successiva storia ecclesiastica: «fu appunto in quell’anno che l’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico, influenzato dal monofisismo iperspiritualista, dal dualismo manicheo e dall’islam, emanò il primo editto contro il culto delle immagini, dando origine a quella violenta controversia dogmatico-liturgica destinata a culminare nel concilio iconoclasta di Hieria del 754 e nelle dure persecuzioni che lo seguirono» (ivi, p. 8). Su questo importante punto torneremo in un paragrafo successivo. La vita monastica diede al nostro autore la possibilità di approfondire gli studi teologici, oltre a dedicarsi alla preghiera e alla predicazione, morendo in tarda età, circa a metà dell’VIII secolo.
L’opera omnia del Damasceno occupa i volumi dal XCIV al XCVI della Patrologia Graeca: della sua produzione sottolineeremo perciò solo i Grundbegriffe. «Lo scritto principale del Damasceno, La fonte della conoscenza […] è un’opera scolastica, sistematica, che si propone di accogliere l’intera tradizione della patristica orientale e di fare il punto sulla teologia contemporanea» (ivi, pp. 9-10). L’opera, redatta in greco e tradotta in latino nel XII secolo sul modello delle Sentenze di Pietro Lombardo, si compone di varie parti, tra le quali bisogna ricordare i cento capitoli De fide orthodoxa, che ritroveremo in conclusione del presente contributo. «Di carattere ascetico sono i Sacra Parallela, un’ampia crestomazia biblico-patristica sulla vita morale e ascetica nella quale sono raccolte oltre cinquemila citazioni dei Padri […] Non si può tacere, infine, il ruolo assolto dal Damasceno nella composizione di molti degli Inni e dei Canoni della liturgia bizantina, ispirati in modo particolare alle feste del Salvatore» (ivi, p. 11). Questo elenco di titoli non intende né aspirare alla completezza né essere mero sfoggio d’erudizione, configurandosi invece come tentativo di dimostrazione della varietà degli interessi del nostro autore, storiograficamente qualificabile come migliore esponente del passaggio dalla Patristica alla Scolastica, illustre rappresentante di quella perfetta unione tra Oriente e Occidente operata dal Cristianesimo. Parliamo innanzitutto delle Omelie cristologiche, rimandando a più tardi il discorso sulle Omelie mariane.
«Nelle tre omelie di carattere cristologico ed esegetico attribuibili a Giovanni Damasceno – Sulla trasfigurazione del Signore, Sul fico sterile e Sul sabato santo – uno degli interessi centrali dell’autore è rivolto, sotto lo stimolo di una costante sollecitudine catechetica e pastorale, alla teologia trinitaria» (ivi, p. 13), solennemente proposta all’attenzione dei fedeli dal Concilio di Calcedonia del 451. Accanto a questo nucleo tematico bisogna segnalare anche l’attenzione riservata alla «teologia dell’incarnazione, frutto anch’essa di diatribe incessanti protrattesi per secoli e punto d’approdo della lunga tradizione patristica e conciliare» (ivi, p. 16). La Trinità e l’Incarnazione cooperano nella formazione dell’ortodossia dottrinaria, insieme a un afflato poetico che rende tutto il discorso inoppugnabile scientificamente e proficuo sentimentalmente, intendendo questo termine nel suo senso più alto e non sub specie melensa che sembra oggi predominare in molti ambienti. «Il Damasceno insiste molto sulla divinità del Cristo, senza per questo metterne in ombra la pienezza dell’umanità» (ivi, p. 17). Umanità che Nostro Signore assume appunto con l’Incarnazione, resasi necessaria a seguito di quella felix culpa che fu il peccato originale: «era dunque necessario che il Signore stesso richiamasse la pecora smarrita e la riconducesse all’antico ovile del paradiso» (ivi, p. 18).
«Il metodo esegetico applicato da Giovanni Damasceno è prevalentemente allegorico» (ivi, p. 19), trovandosi ad essere erededei metodi ermeneutici sviluppati nella capitale culturale del mondo antico, Alessandria d’Egitto, e portati all’apogeo da Origene, come emerge ad esempio nella seconda delle succitate omelie, laddove si legge: «il fico rappresenta il genere umano: dolce il suo frutto, aspre le foglie, e inutili, buone per essere bruciate» (ivi, p. 20). Le qualità retoriche del Damasceno sono indubitabili: egli sembra dialogare con i personaggi che si presentano alla sua mente e alla sua penna, adattando il registro espressivo agli argomenti di volta in volta trattati, sintesi della sapienza letteraria pagana e del gusto per il bello di tutta la tradizione monastica, come spiegato da Jean Leclercq in L’amore delle lettere e il desiderio di Dio, un testo di piacevolissima lettura, a tutti vivissimamente consigliato. «Cristo in croce: uniamoci a lui affinché, partecipi della passione, lo diventiamo anche della sua gloria. Cristo fra i morti: moriamo al peccato, per vivere nella giustizia. Cristo è avvolto in fasce e lenzuoli immacolati: liberiamoci dalle catene del peccato e rivestiamoci della luce divina. Cristo in un sepolcro nuovo: purifichiamoci dal lievito vecchio e diventiamo pasta nuova, per esser dimora di Cristo. Cristo negl’inferi: abbassiamoci all’umiliazione che esalta, per essere anche noi risuscitati, sublimati e glorificati, mentre contempliamo sempre Dio e ne siamo contemplati» (ivi, p. 23). Tutto ciò visto e considerato, possiamo ora passare alla seconda parte di questo ideale primo paragrafo, parlando delle Omelie mariane.
«Alla figura e al ruolo soteriologico della Madre del Salvatore Giovanni Damasceno dedica tre omelie: una Sulla natività, pronunciata in occasione della festività omonima a Gerusalemme presso la Porta probatica o Porta delle pecore e della piscina (dove, secondo la tradizione apocrifa, si trovava la casa di Gioacchino in cui Maria era nata), e tre Sulla dormizione» (ivi, pp. 24-25). Anche la mariologia del nostro teologo si basa sulla solida roccia della cristologia; davvero viene da dire che il Damasceno in tutta la sua vita abbia avuto un solo pensiero, poi declinato in innumerevoli forme diverse, ma pur sempre convergenti. I due grandi temi sopra annunciati sono come le due facce di una medesima medaglia: «Maria, cioè, è vista dal Damasceno come lo strumento privilegiato dell’incarnazione e quindi della redenzione stessa; come tale, la sua nascita e il suo ruolo primario nell’economia della salvezza erano predestinati da sempre […] Maria è l’autrice della dimensione umana, terrena del Logos incarnato e, in quanto tale, è componente insostituibile e centrale nel disegno salvifico del Padre» (ivi, p. 27). La Vergine Santissima come nuova Eva è un’idea che spesso si trova nelle quattro omelie di cui ci stiamo occupando, presentandoLa come «figliola degna di Dio […] bellezza della natura umana, riabilitazione della progenitrice Eva!» (ivi, p. 28). Anche nei testi mariani ora considerati non mancano arditi paragoni, come la somiglianza istituita tra la Madre di Gesù e la Scala di Giacobbe, giusto per limitarci all’esempio ritenuto più particolare e quindi più significativo dallo scrivente, insieme a espressioni che nulla hanno da invidiare all’altissima poesia della Teogonia esiodea: giustamente a questo proposito gli interpreti hanno parlato di «una corsa incessante in cui dottrina e poesia, teologia e preghiera continuamente si raggiungono e si superano l’un l’altra» (ivi, p. 30).
L’attività di predicatore svolta da Giovanni Damasceno era rivolta al popolo, in quel tipico rapporto di insegnamento che l’Ecclesia docens rivolgeva verso l’Ecclesia discens, ma non bisogna pensare che la gerarchia fosse concorde nella materia da insegnare, considerando come fin dai primi secoli le diatribe e le eresie infestavano la vita della Chiesa. Di questo fermento culturale è preclara manifestazione la disputa sulla liceità o meno di venerare le immagini sacre; un’accesa discussione passata alla storia con il nome di eresia iconoclasta, contro la quale si scagliarono i più importanti esponenti della teologia dell’epoca, tra i quali dobbiamo annoverare anche il Damasceno, autore, come abbiamo già anticipato, della Difesa delle immagini sacre. Il movimento iconoclasta si sviluppò nell’Impero bizantino tra VIII e IX secolo, una precisa scelta religiosa che ancora oggi attira grandemente l’attenzione degli studiosi, rimanendo tuttavia oscura in molti punti, come spiega Vittorio Fazzo nel primo volume, dedicato a La Tarda Antichità, dell’opera La giustificazione delle immagini religiose. Sarà a questo punto opportuno fornire alcune coordinate storiche: nel 730 Leone III emana un editto che vieta non solo la venerazione, ma anche il semplice possesso delle immagini sacre, un provvedimento confermato anche da Costantino V, finché la questione non viene definitivamente risolta da Irene, reggente il trono imperiale per la minore età del figlio di Leone IV. Con terminologia platonica, potremmo dire che questa fu la prima ondata dell’iconoclasmo, alla quale seguì nel secolo successivo una seconda ondata, capeggiata intellettualmente da Giovanni il Grammatico, precettore della famiglia reale, al quale si opposero il Patriarca di Costantinopoli Niceforo e l’abate Teodoro, due uomini che anche in questo caso agirono coadiuvati da una donna, Teodora, vedova di Teofilo, l’ultimo imperatore iconoclasta.
Il nostro articolo proseguirà domani con la parte numero due. Non mancate!