La Verginità è virtù che eleva l’uomo al di sopra degli Angeli, infusa grazia introducente alla vita trinitaria, glorioso preludio del Paradiso. Essa è come gemma del fiore che protegge la corolla nell’inverno permettendo ai petali di sbocciare nella pienezza della loro beltà nel tempo della Risurrezione ch’è la primavera. E nella Beata Gemma Galgani il significato etimologico si fece realtà: fu la perpetua castità che custodì il fiore della santità nell’inverno del pellegrinaggio terreno onde permettergli di sbocciare rigoglioso nel Giardino Celeste del Signore. Di lì il fiore emana tutt’oggi il soave suo profumo, ed il polline di santità discende sugli uomini in forma di grazie intercedute ed esempi di vita eccelsa.
Nacque nell’Arcidiocesi di Lucca nel 1878, rinascendo l’indomani in Cristo, sotto il nome che fu felice profezia, per mezzo dell’acque santificanti. Nel tempo proprio dei giochi e della spensieratezza, ella non si abbandonò a frivolezze; certo, giocava come le sue coetanee, ma s’opponeva alle vanità avendo in mente un solo amore: il Cristo piagato. Ricevette santa introduzione alla pietà popolare dalla mamma — che nel focolare domestico era catechismo vivente per la prole, ruolo oggi abbandonato sull’altare dell’emancipazione —, ed il Paraclito agì sui semi sparsi dalla genitrice. Non invano il Contadino sparse la semente, imperocché «la parola uscita dalla mia bocca non ritornerà a me senza effetto» (Is. LV, 11): l’anima santa dell’eletta dal Signore s’infiammò di così ardente amore per il dolce Cristo Crocifisso ch’era per lei un premio poter meditare sulla Passione di nostro Signore. Con quanta insistenza chiedeva ella di poter udire della Passione, e con quante lacrime di sincera e pura fanciullezza ella lavò le piaghe del Redentore! La sua istruzione delle cose di quaggiù e di lassù venne poi affidata alle Suore di Santa Zita, nella cui scuola eccelse per brillantezza di studio e di santa femminilità. Proprio qui, nelle mura della carità delle consacrate a Dio, ella domandava in premio del suo studio e del suo adempimento delle donnesche faccende un’ora di meditazione e di contemplazione delle piaghe e della Passione del Signore.
Ella contemplò misticamente, e noi sappiamo per scienza e per Fede, che la Salvezza non giunse attraverso tiepidezza o mondanità, ma per mezzo del dolore; e proprio il dolore accompagnò Santa Gemma. Morì la madre, morì il padre, e nel frattempo abbandonò gli studi a causa della malattia che debilitava il suo corpo. Si trasferì dalla zia, la quale operò con ammirevole carità. Santa Gemma, in seguito, fece tosto ritorno alla sua originaria dimora, onde evitare di contrarre matrimonio con qualcuno di diverso dall’Agnello.
All’età di quattro lustri, la sua vita era prossima al ricongiungimento con la Santissima Trinità. La malattia era durissima e la Santa attendeva con fedele e certissima Speranza di chiudere gli occhi al mondo per riaprirli a Dio; ma la volontà umana, anche dei più grandi Santi, non sempre coincide con l’imperscrutabile progetto dei Cieli, e, come profetizzava Isaia, l’opera del Signore non torna ai Cieli prima d’aver operato ciò per cui è stata mandata (cfr. Is. LV). L’odore di santità non inebriava ancora gli uomini, i tempi non erano compiuti affinché la sposa Gemma potesse entrare trionfalmente nella Corte celeste. Avvenne così che la Santa guarì e continuò per un ulteriore lustro il suo pellegrinare terreno. Il dolore sempre l’accompagnò, ma sempre ella sopportò offrendo tutto al Padre affinché avesse misericordia dei suoi “tanti peccati” e di quelli del mondo intero. Ebbene sì: ella viveva immersa nella santità, ma si sentiva la peggiore delle peccatrici; a giudicar dai toni autoaccusatori, il suo diario parrebbe la confessione di un omicida, ma nella verità ciò ch’ella si accusava così duramente erano per dottrina neppure peccati veniali, ma sole imperfezioni o mancanze. Questa è la santità che tanto più progredisce nelle vie del Signore, tanto più prova dolore per la benché minima offesa a quel dolcissimo Iddio appeso per la nostra salvezza.
Come può l’anima santa non piangere quando le sue mani commettono peccato, conficcando ancor più profondamente i duri chiodi che trafissero le mani laboriose del Verbo incarnato? O quando la mente si abbandona ad osceni pensieri, stringendo sempre più intorno al capo del Cristo l’ingiuriosa corona di spine? O ancora quando vi sono immodestie, in suffragio delle quali la Purezza venne spogliata delle sue vesti?
Dicevamo dunque che Iddio le impose ancora un lustro di pellegrinaggio, ch’ella visse nella lucchese dimora dei Giannini. Ivi dimorava nella più totale riservatezza, abbandonando le mura domestiche solamente per entrar nei templi di Dio; il resto del tempo lo trascorreva nell’adempimento fedele dell’ufficio domestico nonché nella santa orazione. La preghiera, la contemplazione: quale perdita di tempo agl’occhi d’un mondo così economicista! Quale ricchezza materiale produce l’orazione? Alcuna! Ma se sapesse il mondo e se sapessero i moderni fedeli quanta ricchezza spirituale produce la preghiera, essi scaverebbero l’inginocchiatoio con la forma delle penitenti ginocchia! Quanti fedeli andavano in casa Giannini solo per poter domandare a lei pareri o per intrattenersi in santamente ispirate discussioni, o ancora per affidare determinate cause all’intercessione di colei che già emanava il puro e casto odore della santità.
Ella voleva uscire dal secolo per vivere fra le Passioniste, il cui carisma era tutto votato a quella Passione ch’era dolorosissimo e contemporaneamente dolcissimo oggetto della meditazione di Santa Gemma. Venne però rifiutata in causa della salute sua cagionevole e di quelle visioni che sempre suscitano giusti dubbi fra coloro che non si abbandonano all’entusiasmo dinnanzi alla moltitudine dei sedicenti veggenti. Noi sappiamo per autorità della Santa Chiesa che Santa Gemma ebbe vera contemplazione e vere visioni, ma come biasimare chi storceva il naso poiché assuefatto dalle migliaia di falsità che ancora oggi ammorbano certi ambienti sedicenti cattolici?
Fu quindi costretta a vivere nel secolo pur distaccandosi dai frutti di esso. Visse fra il volgo dando testimonianza di santità, senza mai permettere che quella gemma custode della purezza potesse mai essere distrutta o danneggiata da quelle vanità che sin dalla più tenera età ella allontanò da sé. Nel Sabato Santo ella morì, quasi come se insieme ad Abramo ed ai patriarchi anch’ella fosse stata liberata dal limbo per poter rientrare nel Paradiso chiuso dal peccato atavico.
Ella è testimonianza di quelle virtù che oggi paiono dimenticate: la castità, dolce giglio di purezza; l’orazione mentale, divino preludio del Paradiso e della vita trinitaria; l’obbedienza a Santa Romana Chiesa, pietra incrollabile della Fede di Cristo Gesù. Possa questo fiore di santità oramai sbocciato continuare ad impetrare presso il trono del Cristo suo Sposo infinite grazie per questa umanità lontana da Dio e dalle virtù. E così sia.