La Nouvelle Théologie: la tempesta nella Teologia cattolica

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Nelle precedenti puntate, abbiamo analizzato i tratti principali della scienza teologica. Un riassunto breve, ma conciso, si rende ora necessario, per permetterci di approfondire il tema che ci avviciniamo a trattare: l’avvento del modernismo nella teologia, con la comparsa della Nouvelle Théologie. In questa sede, andremo ad approfondire le origini di questo modo, chiaramente non cattolico, di fare teologia, e ci riserveremo di riprendere l’argomento con maggior dettaglio in una rubrica dedicata al Modernismo, che tratteremo nel prossimo futuro.

Innanzitutto, abbiamo visto come la teologia, scienza di astrazione di primo livello che si occupa di studiare Iddio sub ratione Deitatis, sia tradizionalmente divisa su due livelli di indagine. Da una parte, abbiamo la teologia positiva (studio ed esposizione di ciò che è positum, di ciò che è rivelato); dall’altra, la teologia sistematica (indagine speculativa del rivelato, che possa approfondirne il significato senza mai alterarlo o contraddirlo).

Essendo la Divina Rivelazione pensiero divino tradotto in linguaggio umano, l’immutabilità delle verità enunciante nel dogma è un postulato necessario che precede dalle perfezioni del Rivelante. Da queste verità, la teologia procede con le sue analisi per via deduttiva, e il punto di partenza di questa indagine è il dogma (o domma).

In senso materiale, il dogma è una verità contenuta nelle fonti della divina.

In senso formale è una verità rivelata da Dio e come tale proposta dal Magistero della Chiesa ai fedeli, con l’obbligo di credervi.

L’apparente blindatura romana della teologia

Con la comparsa del modernismo, alla fine del XIX secolo, è ben nota la reazione che la Santa Sede ebbe per arginare questo insidiosissimo veleno. Che il modernismo fosse, e sia, un veleno, risulterà chiaro dalla svalutazione sistematica del dogma, che è un necessario postulato di questa eresia e che comporta la distruzione di tutto l’edificio soprannaturale del cattolicesimo. Intravedendo questo rischio mortale, San Pio X (1835 – 1914), dall’alto della sua gigantesca santità e del suo sconfinato zelo, accompagnato da una grande preoccupazione per la salvezza delle anime, si era già scontrato, nella realtà del Sillon, con i problemi di questa eresia perniciosa e, nel 1907, aveva pubblicato la Pascendi per tracciare l’identikit del modernismo. L’allarme era stato diramato direttamente dalla Sede petrina: il modernismo esiste, ha radici anticristiane, è formalmente una eresia (anzi: è la “sintesi” di tutte le eresie), ed è un veleno che si è già ampliamente diffuso nella Chiesa. 

Nella sua natura, il modernismo non è una semplice eresia, quanto piuttosto, una sorta di Giano Bifronte che ha radici molto più oscure e inquietanti di una mera “dottrina erronea” o di un “rifiuto di verità cattoliche”. Da un lato, quanto al contenuto e alla forma, esso è sicuramente la conseguenza necessaria di un processo di assorbimento di tutti i sistemi filosofici post rinascimentali applicati alla religione cattolica. Essa, quindi, pretende un salutare “aggiornamento” della teologia, accusata di essere ingessata nel realismo medievale e nella scolastica astratta e lontana dall’esperienza umana, e dei dogmi con un presunto ritorno alla purità del paleo cristianesimo e ai Padri della Chiesa (ressourcement). Dall’altro lato, è il veleno ed è certamente covato nei grandi laboratori delle società segrete, denunciate dai grandi papi dell’800 fino a sgolarsi, per portare la rivoluzione nella Chiesa, dopo averla privata della difesa secolare. Nei primi anni del ‘900, si assiste alla piena fioritura del neotomismo: sotto il paterno impulso di Leone XIII, la teologia impostata su San Tommaso e la Scolastica avevano ripreso grande impeto. San Pio X aveva approvato, il 27 luglio 1914, le XXIV Tesi del Tomismo, che sintetizzavano i principi fondamentali della filosofia di San Tommaso d’Aquino su gravi questioni metafisiche, teologiche e morali. 

Le Tesi, elaborate dal gesuita Guido Mattiussi e da Mons.  Giuseppe Biagioli, avevano lo scopo di condensare il pensiero dell’Aquinate in enunciati chiari ed inequivocabili.  

Il contesto di questa approvazione fu il Motu Proprio Doctoris Angelici  del giugno 1914, che imponeva la Summa Theologiae di San Tommaso come testo scolastico obbligatorio nelle facoltà teologiche cattoliche, sotto pena di invalidare i gradi accademici.  L’obiettivo era contrastare il modernismo e l’agnosticismo, riaffermando il realismo aristotelico-tomistico come antidoto alle false filosofie dell’epoca. Blindato il Tomismo, rinforzati i grandi studi teologici Romani, consolidati i poteri del Santo Uffizio e istituito il Sodalitium Pianum, organo deputato all’osservazione di potenziali modernisti, si aveva la netta impressione di aver serrato sufficientemente i bastioni. Dopo San Pio X, però, il vigore combattivo comincia a lacerarsi, ed in questo clima, lontano da Roma, il modernismo riprende il suo impeto originale.

La Nouvelle Théologie (NT): le origini 

Lontano dalla sorveglianza romana, il modernismo continua il suo processo di formazione altrove, come una massa tumorale ormai innestata nel corpo della Chiesa, che si sposta in un altro organo per accrescere la sua tenacia, in attesa di ritornare più forte dove intende arrecare maggiore danno. Nel 1907 si forma il primo germe di una nuova scuola teologica che, sospinta dall’odio verso la Scolastica e ammaliata dalla ricerca, sine qua non, del dialogo con il mondo e dallo stravolgimento della teologia, mascherato come un “aggiornamento” o un “rinfrescamento”. 

Dopo l’espulsione dei religiosi dalla Francia, nel 1880, i domenicani francesi sono costretti a lasciare il Paese e ad esiliare in Spagna e in Austria. Una seconda ondata di espulsioni, nel 1903, costringe i domenicani in Belgio, dove a Kain fondano uno studium generale nel 1904, denominato Le Saulchoir. Qui, dove si formarono molti Neotomisti, tra cui Sertillanges (1863 – 1948), cominciano ad emergere alcuni personaggi problematici, tra cui troviamo Marie-Domonique Chenu (1895 – 1990) e Yves Congar (1904 – 1995).

Nel 1937, Chenu pubblica un opuscolo: Une école de théologie. Le Saulchoir. Questo opuscolo contiene, di fatto, il primo germoglio della NT. In esso, Chenu sostiene che la teologia è la fede che si fa discorso critico e dialettica, anche sistematica, con uno statuto di tipo scientifico. Tuttavia, Chenu ricorda che la teologia deve essere sempre collegata alla fede, cui spetta il primato quanto al dato rivelato che essa contiene. Si accusa, pertanto, che una certa teologia si sia persa nella speculazione esagerata e lussureggiante, ma senza far riferimento all’ esperienza. Per Chenu, la teologia deve misurarsi con dei luoghi teologici in atto, tra cui: l’espansione missionaria fuori da un colonialismo sorpassato; il pluralismo delle civiltà umane; le grandezze originali dell’oriente, bloccate dal latinismo occidentale; il fermento sociale provocato dalle masse e, guarda un po’, il contributo dei laici ad una chiesa militante. L’opuscolo suscita profonde inquietudini a Roma, particolarmente all’Angelicum e in padre Reginald Garrigou-Lagrange (1877 – 1964), uno dei massimi esponenti del Neotomismo. L’opuscolo viene pertanto ritirato dalla circolazione, e Chenu viene convocato a Roma a dare spiegazione dei contenuti del suo volume. A Chenu viene richiesto di firmare le seguenti proposizioni, prima di ritornarsene con la coda tra le gambe a Le Saulchoir. Ecco il testo delle proposizioni sottoposte a Chenu: 

  1. Le formule dogmatiche enunciano una verità assoluta e immutabile.
  2. Le proposizioni vere e certe, sia in filosofia che in teologia, sono stabili e per nulla caduche.
  3. La Sacra Tradizione non crea nuove verità, ma si deve fermamente ritenere che il deposito della rivelazione, cioè il complesso delle verità divinamente rivelate, sia stato chiuso con la morte dell’ultimo apostolo.
  4. La Sacra Teologia non è una (qualche) spiritualità che trova strumenti adeguati alla propria esperienza religiosa; ma è una vera scienza che, con la benedizione di Dio, si acquisisce con lo studio, i cui princìpi sono gli articoli della fede e anche tutte le verità rivelate alle quali il teologo per fede divina, almeno informe, aderisce.
  5. I vari sistemi teologici non sono contemporaneamente veri in ciò in cui sono in contraddizione tra di loro.
  6. È fonte di gloria per la Chiesa ritenere il sistema di San Tommaso molto ortodosso, cioè del tutto conforme alla verità della fede.
  7. È necessario dimostrare le verità teologiche mediante la Sacra Scrittura e la Tradizione, nonché illustrarne la natura e l’interna ragione coi princìpi e la dottrina di San Tommaso.
  8. San Tommaso, ancorché autentico teologo, fu anche autentico filosofo; pertanto l’intelligibilità e la verità della sua filosofia non dipendono dalla sua teologia né enuncia verità puramente relative ma assolute.
  9. È particolarmente necessario al teologo nel suo procedere scientifico usare la metafisica di San Tommaso e osservare con diligenza le regole della dialettica.
  10. È doveroso usare riverente moderazione nel modo di parlare e di scrivere degli altri scrittori e dottori “probati”, ancorché li si ritrovi manchevoli in qualcosa.

Per via negativa, possiamo intendere che le idee di Chenu fossero malsane, se queste sono le proposizioni che gli fu richiesto di firmare.

Nel 1942, il libro di Chenu viene messo all’Indice. Nel 1938, intanto, un altro domenicano, Padre Charlier, pubblica un saggio sul problema teologico, orientandosi verso una riforma della teologia. Il professor Draguet ne fa un’ottima recensione, e arriva così a collegare il libro di Chenu con quello di Charlier. 

La linea della Nouvelle Théologie era tracciata. Anche il libro di Padre Charlier viene messo all’Indice, e Draguet perde la cattedra.

Secondo i difensori di Chenu, il padre domenicano era chiaramente la vittima, e i teologi romani, brutti e cattivi, i carnefici. Secondo loro, Chenu non aveva intenzione di deviare verso il modernismo. Egli era stato silurato ingiustamente sulla base di semplici pregiudizi, perché il rigorismo romano aveva influenzato il San Uffizio. Questo è il classico modus operandi dei modernisti: dissimulare di non essere eretici, affermare di agire per il bene a prescindere, affermare che non si intendesse scrivere ciò che si è effettivamente scritto, e poi piagnucolare per essersi fatti male senza prendersi le conseguenze dei propri misfatti.

L’osservatore romano, nel 1942, enuncia chiaramente questa nuova Teologia conduceva al modernismo, al relativismo filosofico, e quindi teologico e dogmatico, essendo inquinato di soggettivismo. 

Il problema si riaffaccerà nel 1946, anno in cui viene coniato il termine Nouvelle Théologie da Padre Reginald Garrigou Lagrange, che espone il problema in un articolo1. Chenu ormai è stato teologicamente neutralizzato, ma iniziano ad affacciarsi i primi teologi della NT che, in maniera sorprendente, vedremo come protagonisti indiscussi dei fermenti teologici degli anni ’60, ma soprattutto saranno i grandi agitatori e dirottatori del Concilio Vaticano II, e dei suoi problematici documenti. Ci dedicheremo ai sistemi filosofici e teologici della NT in futuro. Concludiamo, per il momento, aggiungendo Chenu ad un elenco dei pionieri di questa NT, e che avranno tutti un ruolo chiave nell’avvelenamento modernista delle acque cattoliche:

  • Marie-Dominique Chenu (1895 – 1990)
  • Pierre Teilhard de Chardin (1881 – 1955)
  • Hans Urs von Balthasar (1905 – 1988)
  • Louis Bouyer (1913 – 2004)
  • Henri de Lubac (1896 – 1991)
  • Jean Daniélou (1905 – 1974)
  • Jean Mouroux (1901 – 1973)
  • Walter Kasper (1933 – )
  • Yves Congar (1904 – 1995)
  • Karl Rahner (1904 – 1984)
  • Hans Küng (1928 – 2021)
  • Edward Schillebeeckx (1914 – 2009)

Note

  1. R. G. LAGRANGE, La nouvelle théologie : où va-telle?, in Angelicum 23 (1946) : pp. 126-145. ↩︎

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