/L’archivio del Sant’Uffizio al tempo di Napoleone Bonaparte

L’archivio del Sant’Uffizio al tempo di Napoleone Bonaparte

di Davide Bracale

Nel 1798 Roma fu invasa per la prima volta da Napoleone Bonaparte, non ancora imperatore dei francesi ma primo console. L’intenzione, tuttavia, era già quella di conquistare l’Europa.

Durante l’occupazione francese, particolare interesse vi fu verso il palazzo del Sant’Uffizio, soprattutto per le documentazioni in esso contenute. Le truppe francesi lo devastarono e fatalmente morì l’archivista P. Giuseppe Lugani. Mons. Michele Di Pietro, delegato apostolico, riportava nella sua corrispondenza che il palazzo fosse soggetto a continui derubamenti e i francesi lo avessero dato in enfiteusi ad un privato che proseguì a spogliarlo e deturparlo[1].

Nel 1799 la prima invasione francese di Roma volse al termine e, presso il Sant’Uffizio, fu richiesto agli officiali subalterni don Lorenzo Patrizi e don Giuseppe Lelli, provenienti dalla diocesi abbaziale di Subiaco, di riordinare la biblioteca e l’archivio, rinnovandone l’indice, disponendo i documenti e pulendo i resti di un anno di occupazione dello stabile, durante il quale erano stati spogliati muri, ferramenti e legnami[2].

Il complicato riordino dell’archivio non fece a tempo a volgere al termine, poiché nel 1808 vi fu la seconda invasione di Roma da parte delle truppe napoleoniche. Il tribunale del Sant’Uffizio venne soppresso e dal 1810 i funzionari francesi iniziarono un fatale trasporto delle carte d’archivio da Roma a Parigi. L’intento era incamerare in Francia tutta la documentazione dei paesi conquistati e creare l’archivio del mondo nella capitale francese. Tuttavia, i burocrati imperiali non riuscirono a comprendere appieno i documenti pontifici, nei quali il rapporto tra spirituale e temporale era eccessivamente fluido per la metodologia laica ed illuminista. Risultava difficoltosa anche solo l’archiviazione di un documento quale un breve, ove si poteva trovare una nomina a prelato domestico come una dichiarazione di beatificazione[3].

Dichiarata Roma città imperiale e libera[4], Napoleone deportò Pio VII in Francia per cinque anni[5]. Solo nel 1814, dopo l’abdicazione del Bonaparte, il Santo Padre poté far ritorno a Roma e qui nominò Mons. Marino Marini commissario pontificio a Parigi, al fine di provvedere alla restituzione dei documenti della Santa Sede[6]. Le materie che formavano l’Archivio del Sant’Uffizio furono riportate nella loro sede originaria nel febbraio 1816[7]. Il riordino del materiale si dimostrò estremamente laborioso. Don Lorenzo Patrizi scrisse:

“Nel ritorno delle carte da Parigi si ebbero in grandissima quantità Posizioni e carte sciolte, le quali essendo fra loro confuse, né pure si conoscono”[8].

Don Giuseppe Lelli, nel frattempo assurto ad archivista, dovette recuperare anche diversi mobili appartenenti alla Pia Casa del Sant’Uffizio e i libri delle biblioteche segreta e comune, i quali durante il dominio napoleonico erano stati collocati nelle biblioteche pubbliche romane e in case private[9]

L’Archivio del Sant’Uffizio era composto da tre cameroni: nel primo erano collocati su scansie i volumi di materia criminale in delitti di fede e, durante la seconda invasione, le truppe napoleoniche prelevarono i volumi e le scansie di questo camerone[10]; nel secondo si conservavano i volumi delle Inquisizioni fuori Roma[11]; nel terzo vi erano i volumi delle materie dottrinali, giurisdizionali e i volumi dei decreti. I superiori decisero che, per quanto concernesse le materie criminali, Mons. Marino Marini potesse compiere una selezione:

“La terza classe, che comprende le materie criminali, sebbene sia la più voluminosa, pure è la meno importante, e si lascia all’arbitrio del Sig. Abb. Marini o di lasciarle addietro, custodite però da persona di confidenza per trasmetterle a comodo, o anche di bruciarle a riserva peraltro di alcune cause clamorose, delle quali parlano le storie a capriccio, e che sarebbe cosa assai utile, e prudente di conservare e spedire”[12].

Sebbene Mons. Marini avesse chiesto al funzionario di Parigi di non spedire un numero eccessivo di volumi criminali, ne furono inviati moltissimi, originariamente catalogati nel primo camerone, nel quale però non vi erano più le scansie. Quindi vennero stipati nei cameroni due e tre, con conseguente sovraccarico, fintantoché nel primo non si fosse provveduto alla ristrutturazione[13].

Un promemoria di Mons. Marino Marini è particolarmente esplicativo della situazione, egli riporta che gli atti di processi del Sant’Uffizio fossero stati venduti ai “pizzicagnoli di Parigi” ed erano stati dispersi “dai medesimi pizzicagnoli nello smercio de’ loro generi”[14]. In simili circostanze i documenti tornavano a Roma a volte centellinati e a volte in massa, pertanto don Lorenzo Patrizi fu affiancato a don Giuseppe Lelli in qualità di vice-archivista con diritto di successione[15]. Nel 1822 don Lorenzo Patrizi passò ad archivista[16]. Tradizionalmente il posto era conferito al primo sostituto della Cancelleria[17], quale “premio delle sostenute fatiche”[18]; ciononostante, i postumi del dominio napoleonico non permisero che il ruolo fosse assolto come un impiego di riposo. Egli lavorò a tempo pieno. Fintantoché la salute glielo permise, nella confusione delle carte inutili, poté rimontare dal 1790 il riordinamento delle:

“Posizioni, portanti materie dottrinali, giurisdizionali, dubbi, dispense, oltre la sistemazione delle medesime Posizioni in tanti nuovi separati volumi e la riunione degli antichi volumi delle non poche Posizioni antiquate, che nella divisione suddetta si conobbero astratte in tutto o in parte dai loro progetti”[19].

La preoccupazione era rimettere l’Archivio del Sacro Tribunale in “buon ordine”[20], poiché come ogni archivio non era finalizzato a conservare solo “le cose passate e presenti, ma anche le future”[21]. Don Lorenzo Patrizi morì il 29 gennaio 1842[22]. Negli anni a venire, con Mons. Ludovico Lepri[23] e i suoi successori, proseguì l’impegno nella ricomposizione dell’archivio e oggi l’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede[24] può vantare una portata storica di carattere mondiale, la quale sarebbe andata del tutto dispersa in mano ai francesi e se non vi fosse stato l’impegno della Sede Apostolica e dei suoi archivisti nella tenace volontà di ricostituirlo e conservarlo a Roma.


[1] Cf. Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (=A.C.D.F.), Priv. S. O. 1804-1809, fasc. 74.

[2] Cf. A.C.D.F., Extravagantia 12, fasc. 17

[3] Cf. M. P. Donato, L’archivio del mondo. Quando Napoleone confiscò la storia, Laterza, Bari 2019, p. 84.

[4] Il decreto è del 17 maggio 1809, cf. A.C.D.F., A 1 h, fasc. 19.

[5] Cf. J. Leflon, Storia della Chiesa, voll. 20/1 e 20/2, Editrice Saie, Torino 1982.

[6] A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 16, all. B, f. 10r.v. Inoltre, cf. M. P. Donato, L’archivio del mondo, cit., p. 103.

[7] Cf. A.C.D.F., Priv. S. O. 1814-1825, fasc. 37. La classificazione fu per “ordine d’Anni, di Registro, e d’Indice” (Ivi, f. 18r.).

[8] A.C.D.F., Q 2 d, fasc.17.

[9] Cf. A.C.D.F., Priv. S. O. 1814-1825, fasc. 84.

[10] Cf. A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 16, f. 2v.

[11] Stato Pontificio, Napoli, Toscana, Milano, Ducato di Parma e Piacenza, Piemonte, Avignone, Malta, genovesato, milanese e veneziano (cf. A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 16).

[12] A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 16, all. B, f. 10r.v.

[13] Cf. A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 17 e Idem, Priv. S. O. 1815-1825, fasc. 20 ter, all. B, inoltre cf. S. M. Pagano, I documenti del processo di Galileo Galilei, Pontificiae Academiae Scientiarum & Collectanea Archivi Vaticani, Città del Vaticano 1984, pp. 12-14.

[14] A.C.D.F., Priv. S. O. 1814-1825, fasc. 221.

[15] Cf. A.C.D.F., Priv. S. O. 1814-1825, fasc. 84.

[16] Ibidem.

[17] Il primo sostituto del Sant’Uffizio supervisionava il giusto andamento degli atti civili e suppliva, in loro assenza, all’archivista e al capo notaio (cf. A.C.D.F., Priv. S. O. 1831-1835, c. 7: “Cenni sull’elezione del Sostituto Civile”).

[18] A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 17. Tale consuetudine si fondava su alcuni decreti emanati dalla Congregazione (cf. A.C.D.F., Decreta S. O., Decreta Feriae IV 1548-1938, 17 gennaio 1668, f. 21r. e 30 marzo 1722, f. 92r.). Finché vigenti tali decreti, altro non competeva all’archivista se non la supervisione della rilegatura annuale, che era di pochi giorni, e alle volte alcune ricerche sui processi antichi; salvo richieste straordinarie cui spettava remunerazione aggiuntiva. Riguardo alla questione, è bene confrontare A.C.D.F., Priv. S. O. 1814-1825, fasc. 37, ove è acclusa una lettera del 27 ottobre 1816 redatta dall’archivista don Giuseppe Lelli e destinata ai cardinali inquisitori generali, per documentare lo stato dell’Archivio e la straordinarietà del lavoro richiesto all’archivista.

[19] A.C.D.F., Q 2 d, fasc.17. L’inventario delle carte dell’Archivio del Sant’Uffizio, risalente agli anni della direzione di Patrizi, è reperibile in A.C.D.F., P 1 b.

[20] A.C.D.F., Q 2 d, fasc. 17.

[21] Ibidem.

[22] Sulla figura di don Lorenzo Patrizi, cf. D. Bracale, Patrizi di Bellegra. Presbiteri al servizio della Curia Romana dal XVIII al XX secolo, Roma 2020, pp. 17-33.

[23] Cf. A.C.D.F., Priv. S. O. 1826-1830, fasc. 51 oppure Idem, Q 2 d, fasc.17. La richiesta fu accordata con decreto di Feria IV dell’8 marzo 1826, firmato dall’Assessore Mons. Raffaele Mazio. Mons. Ludovico Lepri fu Cameriere d’Onore in abito paonazzo di S. S. Gregorio XVI, dal 19 dicembre 1832 (cf. A.S.V., Palazzo Ap., Titoli 41, fasc. 4) e di S. S. Pio IX (cf. Notizie per l’anno 1847, Roma 1847, p. 314).

[24] La Congregazione per la Dottrina della Fede è l’ex Sant’Uffizio (cf. Paolo VI, Lettera Apostolica Motu Proprio Integrae servandae (7 dicembre 1965)).